La vittoria di Davydenko alle ATP Finals ha riaperto un altro annoso dibattito: chi è il più forte giocatore di sempre a non aver mai vinto uno Slam? Ripercorrendo gli annali dall'inizio dell'Era Open abbiamo scoperto che... Samuele Delpozzi
La fresca conquista del titolo di “Maestro” da parte di Nikolay Davydenko in quel di Londra ha riaperto l’annosa diatriba su chi sia realmente il miglior tennista di sempre a non aver mai vinto un torneo dello Slam. Premesso che è praticamente impossibile dare una risposta univoca e condivisa da tutti, ci limiteremo ad esaminare – rigorosamente all’interno dell’Era Open – una serie di autorevoli candidati… a loro volta selezionati a discrezione di chi scrive, quindi ulteriormente opinabili! Si parte dai giocatori ancora in attività per poi risalire gradualmente fino al 1968, anno d’inizio del tennis professionistico.
Ah, chiaramente il buon Kolya – senz’altro meritevole di far parte del gruppo – è escluso dall’analisi, avendo appena ricevuto un profilo a parte…
Andy MURRAY (Gran Bretagna)
Miglior classifica: n° 2
Tornei vinti: 14
Miglior risultato negli Slam: finale all’US Open (2008)
Molti obietteranno immediatamente, “ma ha solo 22 anni!”. Verissimo, quindi ha tutto il tempo – più di chiunque altro in questa lista – di abbandonare il presente club per altri di maggior prestigio. Però, allo stato attuale delle cose, lo scozzese ancora non ha in cascina alcun “major”.
Il suo ruolino di marcia negli altri tornei è invece impressionante, soprattutto nelle ultime due stagioni: quattro titoli Masters Series (o Masters 1000 che dir si voglia), a partire da Cincinnati e Madrid 2008 per arrivare a Miami e Montreal dell’anno appena concluso. Insomma, sul cemento e al meglio dei 3 set è uno spauracchio per tutti. L’eccezionale continuità di rendimento a livelli medio-alti gli ha consentito di raggranellare già 14 titoli – 6 nel 2009, più di chiunque altro – e di affacciarsi al secondo posto nel ranking, seppur per una manciata di settimane. Il rovescio della medaglia è chiaramente il rendimento negli Slam, finora inferiore alle (grandi) attese: “solo” una finale, a New York nella passata stagione, impietosamente lapidato da Federer. Tutta esperienza, si pensava, ma nell’ultima stagione ha disatteso i pronostici che lo vedevano favorito già in Australia: è bastato Verdasco ad estrometterlo agli ottavi. Poi un paio di “personal best”, quarti a Parigi e semi a Wimbledon (immensa delusione per gli inglesi, tornati immediatamente a chiamarlo “The Scot”), prima della catastrofica resa con Cilic all’US Open. Degno corollario di un’annata “vorrei ma non posso”, la beffarda eliminazione nelle ATP Finals di casa, estromesso già nel round robin – calcolatrice alla mano – per un solo game di differenza da Del Potro. Ora anche la sua quarta posizione vacilla.
In attesa di vedere quel che sarà, per ora sta bene qui, nel limbo dei mezzi campioni.
David NALBANDIAN (Argentina)
Miglior classifica: n° 3
Tornei vinti: 10
Miglior risultato negli Slam: finale a Wimbledon (2002)
Altro grandissimo talento un po’ indolente… ma al contrario di Murray, troppo conservativo in campo, David si è forse risparmiato in termini di allenamenti fuori dal rettangolo di gioco. Si ritrova così alla soglia dei 28 anni con una bacheca ricca di piazzamenti e scalpi prestigiosi ma relativamente povera di trofei… quantomeno se rapportata alle immense potenzialità del nostro.
Al momento l’highlight della sua carriera resta la vittoria nella Masters Cup di Shanghai 2005, al termine di un’epica finale (7-6 al quinto, da due set di svantaggio) sfilata dalle mani del cannibale Federer. Memorabili anche le vittorie back-to-back dei MS di Madrid e Parigi-Bercy nell’autunno 2007, quando prese ripetutamente a pallate Nadal e lo stesso Federer, con una spruzzata di Djokovic. Negli Slam, dopo la sorprendente – per chi ancora non lo conosceva... – finale raggiunta a Wimbledon 7 anni fa, alla “Nalba” non è più riuscito di tornare a giocarsi il match per il titolo. In almeno un paio d’occasioni però i rimpianti abbondano: all’Australian Open 2006 dissipò due set ed un break di vantaggio nel quinto contro la rivelazione Baghdatis (ed in finale avrebbe trovato un Federer acciaccato…), mentre nel 2003 a New York, sempre al penultimo atto, venne letteralmente derubato da un arbitraggio “casalingo” a favore di Andy Roddick, che riuscì così a spuntarla dopo aver salvato un match point. In condizioni normali forse ora racconteremmo un’altra storia… magari proprio quella dell’americano, che allora conquistò l’unico Slam della carriera. Sic transit gloria mundi…
Tommy HAAS (Germania)
Miglior classifica: n° 2
Tornei vinti: 12
Miglior risultato negli Slam: semifinali all’Australian Open (1999, 2002, 2007) e Wimbledon (2009)
Arrivato a 31 anni, il bel Tommy difficilmente avrà altre occasioni di rimuovere lo zero dalla casella Slam vinti, anche perché la concorrenza delle giovani leve si fa sempre più agguerrita. Il tedesco della Florida ha però dimostrato di avere ancora dell’ottimo tennis d’annata nella sua cantina, come dimostra l’inattesa resurrezione “erbivora” della stagione appena conclusa: sui prati di Halle è tornato a sollevare un trofeo dopo oltre due anni ridicolizzando Djokovic in finale, quindi a Wimbledon si è concesso il lusso di un bis a spese del serbo, prima di fermarsi con l’onore delle armi di fronte a Federer in semifinale.
Tre volte ad un passo dalla finale anche sull’amato cemento australiano, altrettante quartofinalista all’US Open, solo sulla terra francese non è mai riuscito a superare il quarto turno: nel 2009 è stato ad un passo dal colpaccio – 2 set di vantaggio e palla break del 5-4 nel terzo – prima di subire il ritorno del solito Roger, ansioso di non mancare l’ennesimo appuntamento con la storia. Il palmarès di Haas è ulteriormente arricchito da un titolo MS (Stoccarda 2001) e dall’argento olimpico di Sydney 2000, per un totale di 12 vittorie. In classifica ha saputo raggiungere la seconda piazza, immediatamente dopo la finale raggiunta a Roma nella primavera 2002… appena prima di essere colpito da problemi a ripetizione: operazioni multiple alla spalla ed un gravissimo incidente motociclistico dei genitori, con il padre rimasto in coma per diverso tempo. Rientrato nel 2004 dopo quasi 2 anni di stop, è riuscito a tornare tra i top-10 tre anni più tardi, pur continuando a battagliare con sfighe più o meno consistenti: l’ultima è l’influenza suina contratta al recente torneo di Stoccolma, episodio che ha chiuso anzitempo la sua stagione agonistica.
La tenacia con cui è riuscito a risalire ogni volta – a 10 anni di distanza dal debutto nell’elite mondiale – e la bellezza del suo rovescio monomane meritano certamente una menzione in questa sede.
Marcelo RIOS (Cile)
Miglior classifica: n° 1
Tornei vinti: 18
Miglior risultato negli Slam: finale all’Australian Open (1998)
A parere di chi scrive, il più autorevole candidato al titolo oggetto di discussione. Innanzitutto, è l’unico dei papabili ad essere stato numero 1 del mondo, seppur per sole 6 settimane. In secundis, era assolutamente una gioia per gli occhi, senza dubbio il più dotato del lotto… ok, forse i fans di Nalbandian e Mecir potrebbero obiettare qualcosa, ma tant’è. Infine, dato più importante, il suo carnet di vittorie è tra i più ricchi, in questa sede: 18 titoli tra cui una Grand Slam Cup (bellissima finale su Agassi) e 5 MS. Indimenticabile la tripletta Indian Wells-Miami-Roma del ’98, che lo condusse – primo sudamericano della storia – in cima al mondo. A completare il quadro, i trionfi di Montecarlo ’97 ed Amburgo ’99, a chiusura di un mini-slam sul rosso.
Purtroppo per lui non vinse mai Parigi, né alcun altro major: giocando di puro talento, non supportato da un fisico adeguato – era alto appena 1,75 e con una schiena di cristallo – il suo tennis era incapace di reggere sforzi prolungati sulla distanza dei 3 su 5. L’unica grande finale la disputò a Melbourne nel suo anno di grazia, il 1998, perdendola con un triplice 6-2 da un altro mancino baciato dagli dei, Petr Korda. Molti pensavano che fosse solo l’inizio, invece era già la fine: a partire dall’anno seguente giocò solamente a spizzichi e bocconi, finendo per ritirarsi a nemmeno 28 anni, sconfitto dai malanni cronici alla schiena ben prima che dai colpi avversari.
Il rimpianto più grande? Slam a parte, il non essere mai riuscito a vincere il torneo di Santiago, la sua città, dove perse ben 3 finali da favorito.
Guillermo CORIA (Argentina)
Miglior classifica: n° 3
Tornei vinti: 9
Miglior risultato negli Slam: finale al Roland Garros (2004)
Controverso da giocatore – la squalifica (poi rivelatasi ingiusta) per doping, le numerose liti sul campo (Hewitt, Agassi…), la girandola di allenatori – continua ad esserlo anche dopo il ritiro, ufficializzato durante la stagione ad appena 27 anni. Sì, perché a conti fatti è l’unico della lista a non essere in doppia cifra… e non si può negare che 9 titoli siano davvero pochini. A nostro parere merita comunque di essere considerato, poiché tra tutti gli elencati è senza dubbio quello arrivato più vicino alla grande meta: nell’ormai celebre finale del Roland Garros 2004, cancellò Gaudio dal campo per due set prima di cedere ai crampi, finendo battuto 8-6 al quinto dopo aver avuto a disposizione due match point. Come per Rios, si pensava che avrebbe avuto molte altre occasioni, ma così non è stato: l’esplosione del ciclone Nadal, l’involuzione (psico-)tecnica del servizio e la precoce usura di un fisico assolutamente “normale” lo hanno condotto rapidamente nelle retrovie, ed infine – dopo un breve ed infruttuoso tentativo di rientro – al ritiro. Al geniale Marcelito è accomunato anche dalla statura, di poco superiore al metro e 70, e dal gioco fondato molto più sulla creatività (memorabili le sue smorzate!) a scapito della pura violenza.
Restano comunque agli atti i trionfi ad Amburgo 2003 e Montecarlo l’anno seguente. Il canto del cigno fu l’epica finale inscenata al Foro Italico nel 2005, con la generosa compartecipazione di Nadal. Anche quella, ahilui, persa in extremis.
Alex CORRETJA (Spagna)
Miglior classifica: n° 2
Tornei vinti: 17
Miglior risultato negli Slam: finale al Roland Garros (1998, 2001)
Pochi fronzoli e molta sostanza, così si può riassumere in breve il catalano Corretja. Atleta mediamente dotato – ottima rapidità, buon rovescio ad una mano di base, tutto il resto da costruire con lacrime e sangue – seppe estrarre il massimo, ed anche di più, dal suo potenziale. Gli va riconosciuto l’indubbio merito di essere stato uno dei più coraggiosi e lungimiranti tra i suoi connazionali, contribuendo a sfatare – assieme al coevo Moya ed al leggermente antecedente Bruguera – il luogo comune dello spagnolo buono solo per il rosso, spianando la strada ai fenomeni successivi, Ferrero e Nadal. Nato terraiolo puro, Alex seppe migliorarsi a punto da diventare il primo iberico ad imporsi in un torneo indoor dai tempi di Orantes, vincitore al Masters nel lontanissimo 1976: galvanizzato dal successo di Lione, nell’autunno ’98, Corretja riuscì ad imitare Manolo anche nella grande kermesse di fine anno, trionfando clamorosamente in quel di Hannover. Lungo il cammino sconfisse Sampras, annullando 3 palle match, ed in finale – autentico tripudio giallorosso – l’amico-rivale Moya, rimontando due set di handicap. Altre grandi soddisfazioni arrivarono a Roma ’97, Indian Wells 2000 e, nello stesso anno, la prima storica Davis della Spagna, al Palau Sant Jordi di Barcellona contro l’Australia. Capace di battere 2 volte Agassi in altrettante finali sul cemento americano, solo sull’erba non la beccò mai, fatta eccezione per una vittoria di Coppa su un Sampras ormai in fase calante.
Negli Slam raccolse poco lontano dalla natia terra battuta, se si eccettua uno straordinario quarto di finale all’US Open 1996, quando fu sconfitto proprio da Pete, 7-6 al quinto, tra ace di seconda e “rimesse” in campo. A Parigi invece sfiorò il titolo in un paio d’occasioni, fermato piuttosto nettamente da Moya (’98) e Kuerten (2001). Pochi rimpianti però: gli altri erano più forti.
Thomas ENQVIST (Svezia)
Miglior classifica: n° 4
Tornei vinti: 19
Miglior risultato negli Slam: finale all’Australian Open (1999)
Svedese, (non) erede né della stirpe dei bimani regolaristi alla Borg/Wilander né tantomeno degli attaccanti alla Edberg. Fu semmai un prototipo del tennista moderno, sorta di Soderling ante litteram, giocatore cui per caratteristiche tecniche somigliava moltissimo: micidiale nel trittico servizio-dritto-rovescio, sportellate impressionanti da ogni angolo del campo, buon atletismo, ma penalizzato da una mano poco raffinata e dall’incapacità di trovare alternative plausibili allo sfondamento da fondocampo. Quasi ingiocabile nelle giornate di grazia, in particolare sui tappeti indoor, il modo più facile per mandare in tilt il suo tennis robotico era mischiare le carte… e allora giù di back di rovescio, cambi di ritmo e attacchi in controtempo!
Nonostante ciò vinse comunque parecchio, in un’era popolata dai mostri sacri Sampras e Agassi: 19 titoli, tra cui 3 MS (Bercy, Stoccarda e Cincinnati), ed una Coppa Davis nel 1997. Negli Slam ottenne sempre abbastanza poco, fatta eccezione per la cavalcata australiana del ’99, stoppata sul più bello da un Kafelnikov in grande spolvero. Quartofinalista anche a Wimbledon, sorprende semmai lo scarso rendimento a Flushing Meadows, il cui cemento veloce sembrava perfetto per le sue caratteristiche. Misteri del tennis.
Miloslav MECIR (Cecoslovacchia)
Miglior classifica: n° 4
Tornei vinti: 11
Miglior risultato negli Slam: finale all’US Open (1986) e Australian Open (1989)
Ultimo giocatore trattato con profilo approfondito, il “gattone” di Bratislava è tutt’ora tra i tennisti più amati e rimpianti dagli appassionati. Dotato di accelerazioni tanto improvvise quanto fulminee, in particolare col rovescio bimane che lo rese celebre, mancò la laurea di campionissimo per 3 grandi motivi: una battuta al limite del disastroso (una volta, contro Connors alla World Team Cup, servì da sotto per disperazione), una schiena non certo in condizioni migliori ed un atteggiamento un po’ indolente, svagato… quasi che non fosse mai troppo interessato a ciò che accadeva in campo. L’indole che poi gli valse il soprannome felino e la simpatia dei fans, in fin dei conti.
Durante la sua breve carriera, interrotta nel 1990 a soli 26 anni, Mecir vinse relativamente pochi titoli (11), ma di qualità: tra tutti spiccano l’oro olimpico di Seul ’88 ed i tre sigilli nei (futuri) Masters Series, a cadenza biennale (Amburgo ’85, Miami ’87, Indian Wells ’89).
Negli Slam trovò sempre qualche fenomeno a sbarrargli la strada sul più bello, in particolare il connazionale Lendl – meno spettacolare ma infinitamente più determinato e concreto – che gli lasciò briciole di games (12 in totale!) nelle finali all’US Open ’86 e Melbourne ’89. Milo si vendicò parzialmente battendo seccamente Ivan il Terribile nella finale di Key Biscayne 1987, prendendosi la briga e di certo il gusto di un memorabile sfottò ai tic dell’avversario. L’occasione più ghiotta la sprecò invece a Wimbledon ’88: dopo aver massacrato il miglior Wilander di sempre, in semifinale si fece rimontare due set di vantaggio da Stefan Edberg… per la gioia dello svedese, che vinse poi il titolo, ed anche un po’ di Rino Tommasi.
Dopo il ritiro, Mecir ha allenato con successo “gattino” Kucera, in attesa di un’eventuale esplosione del figlio, Miloslav jr.
Riavvolgendo ulteriormente la bobina, sono certamente meritevoli di menzione i “gemelli” americani Harold Solomon ed Eddie Dibbs, tanto piccoli quanto irriducibili: noi italiani li ricordiamo con particolare affetto, essendo state le ultime due vittime di Adriano Panatta nella cavalcata al Roland Garros 1976. Simili nel gioco – due muri da fondocampo – ed ancor più speculari nei traguardi raggiunti: 22 titoli ciascuno, entrambi arrivati al numero 5 delle classifiche.
Loro coevi erano anche l’altro yankee Brian Gottfried – 25 titoli, ex numero 3, forse più attrezzato dei “gemelli” sui campi veloci, ma noto principalmente per l’esecuzione subita da Vilas nella finale di Parigi ’77 (6-0 6-3 6-0) – ed il fido compagno Raul Ramirez, eccellente volleatore, assieme al quale vinse tre titoli dello Slam in doppio. Il messicano da par suo s’impose 19 volte in singolare, raggiunse il best ranking numero 4 e fu tre volte semifinalista nei majors (Roland Garros ’76 e ’77, Wimbledon ’76).
Restando in America Latina, una solida candidatura è offerta da José Luis Clerc, all’epoca secondo solo a Vilas nella natia Argentina. Terraiolo micidiale, in carriera vinse 25 tappe del circuito maggiore, tra le quali spicca Roma nel 1981. Proprio quell’anno toccò il quarto posto in classifica, a seguito di una strepitosa collana di 27 vittorie e 4 titoli consecutivi durante una pazza pazza estate. Negli Slam – inutile dirlo, altrimenti non sarebbe qui – non ottenne mai i traguardi sperati: al massimo un paio di semifinali a Parigi, ’81 e ’82.
In chiusura il più “antico” di tutti, l’olandese volante Tom Okker, agonisticamente vissuto a cavallo tra dilettantismo ed Era Open. Con il suo gioco completo a tutto campo, basato su un’eccezionale mobilità (da cui il soprannome…), seppe imporsi in 31 tornei (22 della neonata ATP, gli altri 9 distribuiti tra i defunti Grand Prix e WCT) e piazzarsi al terzo posto in un’epoca dominata dai grandi australiani, Laver in testa: mica scherzi. Nell’unica finale di Slam in carriera, sull’erba dell’US Open nel 1968, fu castigato al quinto set dalla superiore classe di Arthur Ashe.
E gli esclusi eccellenti? Solo per restare in tempi recenti, possiamo citare i britannici Henman e Rusedski, cui manca qualcosa quanto a vittorie pesanti (un solo MS a testa) e, nel caso del canadese naturalizzato, anche in termini costanza di piazzamenti importanti negli Slam. Molto diseguale invece la carriera di Mark Philippoussis, due volte finalista dei majors ma troppo spesso inconcludente… al punto di non riuscire mai a salire più su dell’8° posto.
Altri atleti bi-finalisti negli Slam sono Todd Martin e Cedric Pioline, penalizzati però dall’esiguo numero di titoli a fine raccolto (8 l’americano, appena 5 il francese). Stesso discorso potrebbe essere fatto per il geniale Leconte, secondo al Roland Garros ’88 ma trionfatore in solo 9 occasioni, nessuna delle quali davvero importante, ad eccezione del German Open '86.
Più problematica forse l’esclusione di atleti poco considerati ma in realtà molto concreti, quali Andrei Medvedev e Magnus Norman: entrambi finalisti a Parigi – l’ucraino nel ’99, lo svedese l’anno seguente – possono vantare classifiche di grande qualità (4° e 2°, rispettivamente) e vittorie pesanti. Medvedev ha in bacheca 4 titoli MS (tripletta ad Amburgo + Montecarlo) su un totale di 11 trionfi, ed esibisce almeno i quarti in tutti gli Slam. Dal canto suo Norman (12 vittorie in totale) può sfoggiare il successo a Roma nel 2000, anno in cui raggiunse anche le semifinali in Australia. Per entrambi la carriera ad altissimi livelli durò solamente 2-3 anni, prima di soccombere a calo di motivazione (Andrei) ed eccesso di problemi fisici (Magnus)… ma in fin dei conti il loro curriculum non è poi così diverso da quello di un Haas, incluso invece nella lista. Già dall’inizio avevamo comunque premesso di non poter accontentare tutti.
E voi, chi avreste messo?
Samuele Delpozzi
Nadal e Roddick approfittano di ogni momento per riposarsi dalla stagione lunga e faticosa . Forse hanno ragione a protestare per le fatiche imposte dal tour