Di fronte due Paesi con tutti i crismi. La Spagna ha 14 giocatori fra i primi 100, l'Argentina ne ha 9. Ma degli ultimi 17 incontri all'estero la Spagna ne ha potuti giocare solo 2 sulla terra. Rino Tommasi
La Coppa Davis avrà pure molti difetti (il più grave è una formula troppo ristretta) ma conserva un suo fascino particolare. E’ inevitabile che in uno sport individuale come il tennis nessun giocatore scambierebbe il successo in un grande torneo con quello in Coppa ma proprio perché in questo sport si gioca e si soffre da soli, vivere ogni tanto le emozioni e le gioie di una vittoria collettiva può garantire soddisfazioni probabilmente meno intense ma certamente diverse.
Senza andare lontani chiedete ad Adriano Panatta se gli ha dato maggior gioia vincere nel 1976 al Roland Garros o qualche mese dopo conquistare a Santiago l’unica Coppa Davis della nostra storia.
Detto questo bisogna riconoscere che la finale di quest’anno, che si gioca da stanotte nello stadio Isole Malvinas di Mar del Plata, è una finale giusta perché mette di fronte due paesi tra i più forti in assoluto. Né l’Argentina, nè la Spagna hanno le tradizioni tennistiche degli Stati Uniti, dell’Australia e nemmeno della Francia ma oggi sarebbero ugualmente tra le più forti anche con una formula più allargata e quindi più idonea ad assegnare un titolo che equivale ad un campionato del mondo a squadre.
La Spagna ha 14 giocatori tra i primi cento del mondo (come la Francia) ma l’Argentina ne ha 9, più degli Stati Uniti che ne hanno 8 e della Russia, che ne ha 7.
Purtroppo manca in questa finale il protagonista più importante, il numero uno del mondo, quel Rafael Nadal, per contrastare il quale la Federazione argentina ha scelto di giocare questa finale su una superficie rapida ed al coperto. Di regola negli incontri di Coppa Davis, dove la squadra di casa ha il diritto di scegliere la sede e la superficie, si scelgono le condizioni meno favorevoli alla squadra avversaria, prima ancora che quelle più favorevoli alla propria.
Anche se i due giocatori argentini hanno caratteristiche mano specifiche di quelli spagnoli, l’Argentina avrebbe scelto la terra battuta per affrontare qualsiasi altro avversario che non fosse la Spagna. Negli ultimi 17 incontri disputati in trasferta solo due volte la Spagna li ha potuti giocare sulla terra, contro il Brasile perché Guga Kuerten, tre volte vincitore del Roland Garros, ha preteso di giocare sul rosso, e contro l’Italia a Torre del Greco, perché è una nostra prerogativa quella di ignorare questo aspetto molte volte decisivo.
In un certo senso gli argentini sono stati presi in contropiede dell’assenza di Nadal. Lo avessero saputo avrebbero probabilmente scelto di giocare a Buenos Aires e sulla terra.
Piuttosto semplice il compito del capitano argentino, Alberto Mancini (vincitore nel 1989 degli Internazionali d’Italia e finalista, battuto da Emilio Sanchez, che ora è il capitano della Spagna, nel 1991). L’esperienza di Nalbandian ed i progressi di Del Potro gli hanno costruito la formazione.
Emilio Sanchez ha invece dovuto scegliere tra l’affidabilità di David Ferrer, che però non ha giocato bene negli ultimi tornei, e la maggiore attitudine ai terreni veloci di Feliciano Lopez e Verdasco. Alla fine sarà Ferrer a giocare il primo singolare contro Nalbandian, Lopez affronterà Del Potro mentre Verdasco è stato riservato per il doppio.
Il sorteggio, come quasi sempre, non sarà decisivo per il risultato. Potrebbe esserlo il doppio che è ormai importante solo in Davis se gli spagnoli riusciranno a conquistare almeno un punto nella prima giornata. Nei confronti diretti Ferrer è in vantaggio per 6 vittorie a 3 su Nalbandian ma ha perso i tre incontri giocati sul veloce. Del Potro ha battuto Lopez due volte su tre incontri ma Feliciano ha vinto l’ultima sfida.
Darei l’Argentina favorita al 60-65 per cento sperando che l’incontro non si decida nelle prime due giornate e che la Rai ce lo faccia vedere per intero, almeno fino a quando non sarà deciso.
Rino Tommasi
“Odiavo l'academy di Bollettieri. L'unico modo che avevo per fuggirne era avere successo. E diventò il mio obiettivo: far bene per poter scappare.”
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