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Coppa Davis

Mancini: “Siamo molto vicini”

Alla vigilia della storica finale di Coppa Davis tra Argentina e Spagna, parla il Capitano della squadra di casa, in una intervista a La Nación

Veronica Lavenia

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L’Argentina vuole sognare. Il paese che ha dato i natali ai più grandi scrittori della letteratura contemporanea, distinguendosi, a livello mondiale, anche nello sport, ha bisogno di credere ancora nel riscatto.
La grave crisi economica e la violenza urbana da anni, ormai, soffocano la più “europea” delle nazioni sudamericane e ne offuscano le enormi potenzialità. Ecco, perché un “banale” incontro di tennis può sensibilizzare gli animi, creare emozioni, entusiasmi ed aspettative che, in realtà più opulente, possono apparire eccessive.
Ci crede l’Argentina; ci credono i tanti appassionati che hanno acquistato il televisore nuovo, quello “bueno” per le occasioni che contano, sapendo quanto questa spesa peserà sui magri salari.
Ci credono gli appassionati più fortunati che, tra mille difficoltà, sono riusciti ad ottenere “il” biglietto per la “loro” finale. Ci credono i miei amici porteños (si chiamano così gli abitanti di Buenos Aires) che hanno deciso di partire, pur sapendo di non poter acquistare “quel” biglietto per la “loro” finale. Una finale che guarderanno nei maxi schermi (forse, messi a disposizione dal Comune di Mar Del Plata, per l’occasione) o a casa di amici e conoscenti. Insieme, per poter dire: “Io c’ero”.
E, in cuore suo, a dispetto delle cautele del caso, ci crede anche Alberto Mancini, ora più che mai. Il capitano ha rilasciato una intervista a “La Nación” che riportiamo di seguito e nella quale confessa: “Siamo molto vicini”.
 


Mancini: “Los jugadores favorecen nuestro destino” - Mancini: “ I giocatori favoriscono la nostra sorte”.
Maximiliano Boso- lanacion.com
Trad. a cura di Veronica Lavenia

MAR DEL PLATA- Alberto Mancini è, per natura una persona tranquilla. A prima vista, dà la sensazione che neppure una finale di Coppa Davis possa alterare la sua semplicità. La verità, però, è che si tiene tutto dentro. Ed è così da quando la vittoria con la Russia al Parque Roca, per le semifinali, ha lasciato il passo ad una dura polemica sulla scelta della sede e, successivamente, sulla difficile scelta dei tennisti che avrebbero accompagnato David Nalbandian e Juan Martín Del Potro e fatto parte della squadra che combatterà per l’Insalatiera d’argento.

Nel routine di tutti i giorni, Luli si ferma un momento per parlare con “La Nación”, in un angolo dello stadio “Polideportivo Islas Malvinas”, dove non c’è giorno né notte: le luci sono sempre accese. In questo caso, al momento, il sole offre gli ultimi raggi mentre il vento incomincia a farsi sentire. Il capitano argentino guarda il campo pensieroso, immaginando cosa accadrà a partire da venerdì prossimo di fronte alla Spagna, in quello che egli stesso definisce come il momento più importante della sua carriera sportiva come giocatore, allenatore e capitano.

Ci sono stati momenti complicati ultimamente. Adesso, la tensione è andata via?
Senza dubbio, man mano che ci si avvicina alla finale, si pensa solo all’evento sportivo, a stare sempre più in forma. La scelta della squadra e tutto quanto lo ha preceduto è stata abbastanza difficile.

A che punto siete con gli allenamenti? Cosa vi manca?
Ci alleniamo su cose specifiche, ormai manca solo di trasferire il tutto alle varie situazioni di gioco. Lo faremo venerdì. Dobbiamo entrare subito nel ritmo del gioco.

Quale è l’importanza di avere un giorno libero?
Il fatto di allenarci da quindici giorni ha richiesto un giorno di riposo. Fare una pausa era necessario. A causa, però, della ricerca del campo abbiamo avuto meno tempo a disposizione di quello che volevamo, per questo ci siamo allenati oggi anziché ieri.

Ti trovi davanti al momento più importante della tua carriera sportiva se consideriamo sia la tua carriera di giocatore che di capitano?
Può essere. Posso dirti di sì. David ha detto una frase e credo sia vera: “Se vinciamo la Coppa Davis ci sarà un prima e un dopo” (N.D.T: la traduzione di questa intervista è stata pubblicata in “Rassegna Internazionale”, domenica 16 novembre). Siamo coscienti di questo, siamo molto vicini. Se si pensa ai più grandi avvenimenti sportivi del paese, si capisce quanto questa finale possa essere importante per la nostra storia.

Hai già scelto i singolaristi ma bisogna aspettare i doppisti. Pensi sia fondamentale questa decisione?
Ci sono momenti nei quali bisogna scegliere e non sono momenti facili. Si sceglie tenendo conto di molti fattori, cercando di essere obbiettivi. Con il risultato che, se si vince è positivo, se si perde è negativo, si parlerà di scelte sbagliate. Può accadere, però, anche il contrario: anche se il risultato fosse positivo, la decisione sarebbe non corretta. Non si sa mai. L’unica cosa da dire è che, in ogni caso, la decisione è pensata, si saranno valutate molte alternative cercando di prendere la decisione più corretta. Va da sé che ci sono scelte indiscutibili da prendere se si vuole vincere una finale di Davis.

Tenendo in conto che, con l’assenza di Nadal, l’Argentina è maggiormente favorita. Cosa bisogna fare e cosa no?
Non bisogna rilassarsi, né credere che la finale sia più facile perché non è così. Continua ad essere dura. Certo, Ferrer non viene dal suo miglior momento, è, però, un giocatore con molta esperienza. López e Verdasco sono giocatori che, senza molta esperienza, senza aver giocato partite importanti come altri giocatori, sono pericolosi. Ovviamente, la finale si è posta un poco a nostro favore per l’assenza di Nadal ma non bisogna pensare che sarà facile. Loro hanno una pressione maggiore perché devono tentare di fare il colpo. Bisogna fare attenzione, rispettare molto la finale. Soprattutto, attenzione con il servizio che sarà un fattore importante negli incontri.

Emilio Sánchez Vicario, capitano spagnolo, ha affermato che gradirebbe un uno pari nella prima giornata. Cosa ne pensi?
Se venerdì dovesse esserci un risultato del genere, ciò significherebbe che la finale rimarrebbe ancora aperta, io voglio da subito un 2-0.

Quest’anno sono accadute tante cose. Si è giocato sempre in casa, sia Murray che Nadal assenti. Credi nel destino?
Non so se credo nel destino, credo, però, che i giocatori favoriscano il nostro destino.

Non sono molti quelli che possono scegliere di dirigere le due finali di Coppa Davis. Pensi a questo privilegio?
La verità è che ci sono molte cose a cui pensare e da pianificare. Non pensi solo a quello che stai vivendo. Di sicuro, con il tempo. Credo che la finale con la Russia, nel 2006, è stata un’esperienza importante per poter affrontare questa finale con più tranquillità. Tutti siamo più sereni. La differenza con quanto accaduto due anni fa a Mosca è che adesso c’è maggiore aspettativa nei nostri confronti.

Già sai cosa accadrà con te dopo questo impegno decisivo?
Non è il momento. Dopo tutto ciò, avremo modo di pianificare il futuro. Oggi, cerco di pensare a questo.

Che bilancio puoi trarre di tutti questi anni. Cosa senti ti ha lasciato questa esperienza?
Si impara a conoscere e a conoscersi, Ho cercato sempre di far capire ai ragazzi che le mie scelte sono fatte per ogni incontro, senza pensare al passato. Ogni incontro di Davis è individuale e tutto il team tecnico la pensa così, cerchiamo sempre di essere obbiettivi al momento di formare al squadra. Questo è importante perché la Davis è una sfida particolare, non si gioca in un mese e lo scenario e gli attori cambiano. L’importante è formare la squadra migliore, di volta in volta, sebbene certe decisioni, molto spesso, facciano male.

Perché gli anni passano e non si riesce a coniugare dirigenti e giocatori?
Non credo che succeda solo nel tennis ma in ogni sport. Come giocatore, si ha una visione totalmente differente da quella dei dirigenti. Per i giocatori ci sono dettagli importanti di cui la dirigenza non tiene conto, in questo modo si pensa ad altre cose. Ci sono punti di vista differenti per uno stesso tema. Partendo da questa base, è difficile coniugare il tutto. Storicamente è così ed è difficile da cambiare.
 

Veronica Lavenia

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