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Pechino 2008

Bastava poco. Roger ritrova il sorriso con l’oro olimpico, in coppia con Wawrinka.

Non servivano punti Atp, né fragorosi tornei dello Slam a ridare il sorriso a Roger Federer. Marco Sicolo

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Il trionfo nel doppio di Pechino, in coppia con l’amico Wawrinka, riporta nell’animo dello svizzero una gioia sana che forse poche altre cose avrebbero potuto dargli, almeno in ambito sportivo.

Il torneo olimpico era per Federer qualcosa di speciale, qualcosa che sentiva vivamente nell’anima, e di questo lui non aveva mai fatto segreto; ritrovarsi oggi con la medaglia d’oro al collo deve dargli, probabilmente, una serenità che da troppo tempo gli mancava.

Non è la medaglia che molti si aspettavano, e lui stesso, forse, non l’aveva mai immaginata come l’obiettivo principale; eppure, una volta al collo, la sensazione che trasmette non dev’essere diversa da quella di ogni altra medaglia: Roger Federer è campione olimpico, i suoi nipotini potranno sentire come lo è diventato e toccarne l’aurea testimonianza. Forse, senza rendersene conto, Roger ha ottenuto lo stesso identico obiettivo che pensava di aver perso solo l’altro ieri, dopo l’eliminazione in singolare.

Inaspettata, sicuramente sottovalutata e comunque trascurata, la vittoria nel doppio olimpico è probabilmente ciò che più ci voleva per il morale del Federer uomo, anzi ragazzo, seppellito in questi ultimi mesi dal peso dei calcoli, dei record, delle sconfitte e di una condizione fisica a lungo precaria. Vincere per il proprio Paese, al fianco di un amico, in un clima più disteso com’è quello dei doppi, vincere senza altri fini che la meravigliosa gloria olimpica, in una gara che non avrà futuro e non aveva passato, riconsegna allo svizzero la dimensione più pura dello sport, che è ciò che 235 settimane da n. 1 del mondo possono far perdere per prima.

Vederlo festeggiare in mezzo a sei coetanei, su un podio cordiale e rilassato, rivederlo felice, giocoso e sinceramente spensierato è stato un sollievo per tutto un mondo, quello del tennis in generale, che non ne poteva più di vedere il suo volto continuamente teso, intristito, e al massimo ciecamente fiero in occasione di alcune sue ‘dichiarazioni d’intenti’ cui di recente facevano puntuale riscontro cocenti sconfitte.

L’Olimpiade è una cosa a sé stante, né sopra né sotto gli Slam, inutile stilar classifiche che possono risiedere solo dentro a ogni singolo atleta; non si sa se quest’oro varrà a dargli fiducia anche per l’imminente US Open e tutto ciò che seguirà a ruota. Ma di sicuro Roger ha vissuto oggi un’emozione unica, quella che cercava sin da Sydney 2000; di sicuro oggi è stato felice, come felice non era, almeno per fatti sportivi, da davvero tanto tempo.

E ritrovare la felicità, per un ragazzo di ventisette anni, davvero non è poco.

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