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Wimbledon

Williams, la finale del 2003

L'articolo di Marco Lombardo, direttore dei servizi sportivi de Il Giornale.

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Wimbledon - Come davanti al Big Ben: «Scusi, ci fa una foto?». Finisce così, ha vinto una Williams ma questo si sapeva ed è la quarta volta di seguito: Serena si riporta a casa per finta il Rosewater dish (il piatto per chi vince che in realtà resta in bacheca a Wimbledon) per il secondo anno consecutivo, ma sul serio un assegno di 535.000 dollari; Venus mette in banca una nuova sconfitta in finale dopo i trionfi nel 2000 e nel 2001 ma questa volta anche  per uno stiramento agli addominali che l’ha spenta a metà partita. Finisce così, con le due sorelle sedute vicine in attesa della premiazione e Venus che tira fuori dalla borsa la macchina fotografica chiedendo allo steward a bordo campo: «Scusi, ci fa la foto?». Smile, un sorriso prego: ecco l’immagine di Wimbledon. Il tennis è Williams, Serena anche questa volta perché Venus aveva troppo male. Il tennis è Serena anche se Venus ha lottato prima di arrendersi tanto che alla fine ci sono voluti tre set: 4-6, 6-4, 6-2. «Ho giocato perché il pubblico lo meritava, ma speravo fosse una partita veloce. Invece sono rimasta in campo più di due ore», dice sorridente dopo aver ritirato dalle mani del duca di Kent il piattino che premia la finalista mentre Serena festeggia, senza clamore ma senza pietà: «Non ho mai problemi a giocare contro un’avversaria infortunata, anche se in questo caso si trattava di mia sorella». Finisce come da pronostico ma non del tutto. Anzi, se solo una Williams può battere una Williams sull’erba Venus comincia come da manuale: Serena affonda i suoi colpi in rete, costretta a spostare i muscoli da un lato all’altro del campo per arginare le rasoiate della sorella maggiore, si parte 3-0, si torna 3-3, ma al decimo gioco Venus affonda e strappa il set a Serena e un «ooh» di sollievo al pubblico, tormentato dalla dittatura tennistica di Serena. Ma in realtà il match è quasi finito, anche se qualcuno - come sempre - sostiene che non sia mai iniziato, complice l’attenta regia di papà Richard: tre set per lo spettacolo, Serena per la gloria. Il sospetto resta, ma in fondo sarebbe ingiusto: la Williams junior (21 anni a settembre) sale nel ritmo, quella senior (23 appena compiuti) gioca più di come può. Le sorelle si strappano il servizio di mano, poi Serena fa la prepotente e diventa micidiale. Così, sul set pari 1-0 per Serena nel terzo, Venus abdica: chiama la massaggiatrice e si rinchiude in spogliatoio per dieci minuti. Non tornerà la Venus di prima. Il punto finale è un abbraccio tenero, un ritratto di famiglia con mamma Oracene e la sua orribile pettinatura arancione, le tre sorelle maggiori Isha, Lyndrea e Yetunde che un tabloid inglese ha definito «sedicente avvocato, sedicente attrice, sedicente manager». Tutte là nel palco dei parenti senza papà Richard misteriosamente disperso, lui e il suo zoom a forma di cannone. «Ha visto il match? Non lo so, dopo lo chiamo e glielo chiedo», dirà poi Serena, trasformatasi da tennista in pin up per la conferenza stampa nella quale si presenta con un paio di jeans che lottano faticosamente per arginare muscoli e affini: «Venus ha dimostrato di essere una grande campionessa, non posso dire se io al suo posto sarei scesa in campo però so che lei ha giocato bene nonostante tutto. Cosa farò con tutti i soldi che ho vinto? Mando subito un assegno all’ufficio delle tasse». E ride anche lei per una volta. Venus intanto si difende: «Dovevo esserci, ho fatto di tutto per esserci anche se mamma e papà non me l’avrebbero permesso sapendo che sentivo dolore. C’era Wimbledon, c’era mia sorella ad aspettarmi: ho guardato in cielo e ho sperato di vedere un angelo». Davvero un esempio. «Venus è la mia ispirazione, guardando giocare lei so di dover fare sempre meglio», è infatti la chiusura della Williams numero 1 (in classifica) che provoca la risposta, questa sì vincente, della sorella sconfitta: «Visto che mi ha già battuto in finale due volte forse si sta ispirando un po’ troppo». Smile. E’ insomma ora di tornare a casa, le Williams mano nella mano verso la Florida, dove dividono una casa, una cucina supertecnologica che non sanno usare e il campo da tennis per gli allenamenti. «Cosa sento? Sento dolore, ovviamente», dice Venus rispondendo all’ultima scontata domanda con il solito sorriso da fotografia, mentre John McEnroe la butta lì: «Se io avessi male allo stomaco chiederei aiuto a mia sorella». Sua sorella però non si chiama Serena.
 

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