I successi sull'erba di Nadal rivoluzionano il movimento iberico. Alessandro Mastroluca
Essere senza speranza, sentirsi come perfetti sconosciuti, like a rolling stone. Una sensazione fin troppo familiare ai tennisti spagnoli che si avventuravano sui campi dell'All England Club. Mai a proprio agio sul manto verde, considerato l'autentica nemesi della terra rossa, i vari rappresentanti della scuola iberica, da Sanchez a Bruguera, da Costa a Corretja, si limitavano a rapide e svogliate comparsate nella perfida Albione. Presenze effimere, dalla rapida obsolescenza.
La prima breccia alla fortezza di ostilità la portano Moya e Feliciano Lopez, che però sono legati alla scuola tradizionale spagnola quanto Picasso alla pittura figurativa. Gioco d'attacco, chip and charge, servizio e volée sono armi consuete per i due avanguardisti. Dalle retrovie, però, nessuno si leva a coprire loro le spalle. Etichettati come "spagnoli atipici", la loro deviazione dalla consuetudine resta una digressione isolata, e non apre un percorso nuovo nell'evoluzione del tennis spagnolo.
E poi, all'improvviso, arriva un ragazzino di 17 anni, che si presenta per la prima volta nel tempio del tennis mondiale. E' il giugno del 2003. Pronti via e il ragazzino sconfigge Mario Ancic, che all'epoca viveva ancora di luce riflessa per aver sconfitto Federer l'anno precedente. Il giovane spagnolo si issa fino al terzo turno, ma la sua corsa si ferma contro Srichapan, reduce da una vittoria rocambolesca contro il francese Mutis. Il ragazzino è, l'avrete capito, Rafa Nadal. Da quel momento il tennis iberico prende una strada diversa.
Nadal rivolta l'assioma per cui sull'erba si vince consumando il campo lungo il corridoio centrale; il maiorchino, come Borg, si muove parallelo alla riga di fondo. E funziona lo stesso. Si assiste a quella che Kuhn avrebbe definito una rivoluzione, un cambiamento di paradigma. Terra ed erba erano i due opposti del gioco. Sul rosso trionfava l'efficienza, la razionalità: neurologicamente era il dominio dell'emisfero sinistro del cervello. Il verde era territorio privilegiato del talento, del pensiero creativo, dell'emisfero destro. Difficile, se non impossibile, trionfare su entrambi. Borg era l'immagine lontana di un'eccezione difficilmente ripetbile. Rafa ha sconvolto dogmi, scritto nuove verità tennistiche. Destrorso nella vita quotidiana, mancino sul campo da tennis, riunisce il meglio di entrambi gli emisferi, avvicina gli opposti più di quanto fosse dato credere. Le due finali consecutive a Wimbledon e la vittoria recente al Queen's segnano uno spartiacque deciso nella storia del tennis iberico.
I suoi successi stanno creando un'eco favorevole nel movimento nazionale. C'è un approccio nuovo alla superficie, una rinnovata fiducia e un entusiasmo ritrovato. Entusiasmo e fiducia che questa settimana hanno portato due spagnoli in finale. Verdasco a Nottingham spera di superare il gigante Karlovic. Ma la vera sorpresa è la vittoria di David Ferrer a Rosmalen, dove in finale ha superato per la prima volta in carriera il francese Gicquel. Lo spagnolo, figlio della tradizione di terraioli, non è mai andato oltre gli ottavi a Wimbledon. Ma soprattutto non giocava un torneo di preparazione allo slam inglese dal 2004. Era uno dei tanti che arrivava a Wimbledon per dovere, giocava, perdeva presto, e tornava sulla più familiare terra rossa. Adesso non è più così. Ora la strada è segnata. Il Rubicone è stato varcato. E' iniziato il secondo tempo della storia del tennis di Spagna.
Alessandro Mastroluca